Squadra Scarsi vs Tuscany Trail – Episodio 6: Il report

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Dopo esserci presi una settimanina per riprenderci dalla sofferenza fisica e psicologica che il Tuscany Trail ci ha causato, possiamo finalmente sederci a scrivere un report. Dopo tante ore in sella su terreni sconnessi, infatti, ti rendi improvvisamente conto di quanto siano importanti quelle cose che hai sempre dato per scontate, quando non ci sono più. Tipo la capacità di sedersi senza ululare di dolore….

Il nostro Tuscany Trail è iniziato mercoledì pomeriggio, col viaggio verso Massa e gli ettolitri di pioggia che già poco dopo Bologna hanno iniziato a cadere sul parabrezza della nostra Clio SCRS. Il pericolo di aquaplaning era dietro l’angolo. Arriviamo a Massa, mangiamo robe a caso, parliamo con persone a caso, andiamo a fare un aperitivo a caso, una cena a caso, in cui il main topic era solo uno: il meteo, ovviamente. Ma in fondo in fondo eravamo tutti in una profonda fase di negazione, convinti, senza motivo, che il giorno dopo ci sarebbe stato il sole. Ovviamente non è stato così. Ci dirigiamo verso la palestra di Massa per passare la notte, svegliati ogni 5 minuti dalle secchiate d’acqua che piovevano dal cielo ma soprattutto dalla persona (credo fosse un essere umano, anche se a giudicare dai suoni che emetteva non ci metterei la firma) che russa più forte al mondo. Era dall’altra parte della palestra, ma sembrava dietro di noi. Non invidio le persone che vivono con lui, i suoi vicini, gli animali domestici e selvatici localizzati ad un raggio inferiore a 100 metri dalla sua camera da letto, i muri della sua casa.

E pensare che per tutti questi anni abbiamo legato male le bici sui portabici. #tuscanyfail2016

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Giovedì mattina partiamo carichissimi, con tanto di copriscarpe costruiti con sacchetti della monnezza e scotch da pacchi.

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La gioia, l’ottimismo, un outfit studiato per non scendere a compromessi tra alta visibilità e impermeabilità

Ci dirigiamo verso la partenza, in Piazza degli Aranci, dove altri 525 entusiasti iscritti si sono dati appuntamento per partire tutti insieme alle 8:30 in punto. Andrea Borchi da il via, il peloton comincia a muoversi lungo il percorso e… noi facciamo dietro front e andiamo al bar a fare il pieno di caffeina e conseguentemente a liberarci del peso in eccesso. Partiremo circa un’ora dopo. I primi chilometri scorrono lisci, sotto una pioggia relativamente sostenuta. A un certo punto qualcuno dei nostri si accorge che sta piovendo. Nello stupore generale del gruppo, decidiamo di rifugiarsi sotto il tendone di un venditore di un fioraio accanto al cimitero.

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Rose rosse per teeee ho comprato staseeera

Dopo tre minuti qualcuno fa presente che stava piovendo anche prima, e che di certo non sembra che possa smettere da qui a breve. Nello stupore generale del gruppo, ripartiamo. Al km 10 finisce l’asfalto e arrivano le prime salite. La salita continua. Al km 20 abbiamo fatto 850 metri di dislivello, praticamente tutti a spinta. Quasi in cima qualcuno passando ci dice che da quassù il panorama sarebbe stupendo, peccato giusto per quella nebbia che circonda qualsiasi cosa. Noi ci fidiamo. A un certo punto, mentre ansimo e mi concentro per dare il meglio in quel meraviglioso sport che è il bike walking su una salita al 20%, mi sfreccia di fianco un omino in un impermeabile giallo, pedalando ad una cadenza di circa 150 pedalate al minuto. Non capisco, la mia prima reazione è quella di urlare, girare la bici e andarmi schiantare contro il primo albero appena raggiunta una velocità superiore ai 50km/h. Poi vedo che è una bici elettrica. Faccio un sospirone, e continuo, ansimando e imprecando, a praticare la mia attività preferita (il bike walking).

Dopo la salita, ovviamente (ovviamente?) arriva la discesa. Che più che discesa è un acquapark di fango. Un fangopark.

Scendiamo fino a Fabbriche di Valico, dove troviamo un ponte strano. Nel timore che crolli sotto il nostro peso ci allontaniamo a gambe levate.

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Alcuni loschi individui si fanno fare una carbonara dal commesso di un minimarket

Dopo il diciannovesimo caffè della giornata ripartiamo, cercando la motivazione all’interno delle nostre scarpe fradice (i copriscarpe della monnezza a un certo punto hanno fatto harakiri. Copriscarpe rip). Il percorso prosegue così, tra soste, salite, caffè e tanto, tanto fango.

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Fortunatamente, di tanto in tanto troviamo una fontana dove pulire le nostre bici e i nostri corpi. I cambi arrancano, sommersi dal lerciume.La mia bici decide di fare quello che vuole lei mentre produce, lungo tutto il tragitto, un rumore simile a una mtb Pininfarina presa nel 1997 con i punti della Esso e lasciata parcheggiata 20 anni nel giardino del condomino. Nessuno di noi, ovviamente, aveva pensato di portarsi del lubrificante per catena, che diventa automaticamente una preziosissima merce di scambio. In un modo o nell’altro arriviamo alle 20 in un bar/trattoria/affittacamere, fradici e affamati, e decidiamo di fermarci, assieme ad altri trailisti, per un piatto di pasta. Il personale, colto leggermente impreparato da quest’orda di ciclisti infangati e impossibilitati ad avvicinarsi più vicino di 5 metri a causa dei nauseabondi odori da noi emanati, impiega circa sette ere geologiche per prendere le ordinazioni e per portarci un piatto di pasta al pomodoro e una moretti in lattina.

Mentre pregustiamo la nottata in tenda sotto la pioggia nel parco pubblico di un paesino di cui non ricordo il nome, Marco e Alberto di Milano ci offrono il pavimento della camera che hanno, furbescamente, prenotato. Accettiamo di buon grado (e ne approfittiamo per ringraziarli pubblicamente!)

Il secondo giorno comincia con svariati caffè, una colazione a base di fette biscottate condite da panette di burro e scofanate di marmellata per stare leggeri. Piove. Partiamo e ricomincia subito la salita, si sale, si scende, si va in bici in mezzo a torrenti di acqua. Dopo molte ore e qualche single track un pelo troppo tecnico per le nostre scarse capacità, torniamo nella civiltà e ci fermiamo per una (dieci, centomila) fette di pizza. Le nostre bici urlano insulti ed imprecazioni.

La giornata prosegue tra piogge a tratti, fango, asfalto. Un contingente dei mitici Arnesi ci viene a prelevare e ci porta direttamente in una birreria di Firenze per fare, finalmente, il pieno di luppolo. Ma non prima di un selfie obbligatorio davanti a Santa Maria del Fiore, sotto gli sguardi schifati delle signore che di certo non sono andate fino a Firenze per trovarsi davanti agli occhi visioni tanto orrende.

Superiamo Firenze, altra pioggia mista a sprazzi di sole che sembrano fatti apposta per sviluppare, all’interno dei nostri vestiti impermeabili, quel microclima da sauna e quell’odore di formaggio di fossa che ci accompagna ormai da più di 24 ore. Arriviamo nel Chianti: strade bianche, decisamente più accessibili per noi che in fondo siamo roadies nel cuore. Finalmente il sole sembra essersi fatto più sicuro, per la prima volta. Tipo che non piove da circa 30 minuti. Giusto il tempo di assaporare il tepore del sole del meriggio, che io, nel goffo tentativo di scartare una pozzanghera delle dimensioni di Mario Adinolfi passando da una spalla laterale sopraelevata, faccio scivolare la bici e cado INTERAMENTE dentro la suddetta piscina olimpionica di fango. Mi rialzo, emetto un forte grugnito di frustrazione e riparto, nuovamente fradicio e coperto di fango. A un certo punto, prima o dopo, passiamo anche da San Giminiano, credo. Ce ne sbattiamo alla grande, perché tanto io la conoscevo già a memoria da Assassin’s Creed e non sentivo il bisogno di visitarla e rovinare il bel ricordo videoludico che avevo di essa.

Ogni tanto di capita di incontrare luoghi interessanti e significativi che rimarranno impressi per sempre nella nostra memoria:

Decidiamo di proseguire in notturna con le luci. Ovviamente il primo passaggio dopo il calare delle tenebre è un single track fangoso piuttosto tecnico, o almeno così sembrava, visto che mi era difficile vedere cosa ci fosse a 5 metri da me. Rifiutandomi categoricamente di scendere a piedi, preferisco lanciarmi nel buio, lanciando conseguentemente me stesso e la bici in varie direzioni, per tre volte nell’arco di tipo 10 minuti. Arriviamo a un guado che ormai, bagnati per bagnati, facciamo senza battere ciglio. Il sentiero risale impedalabile, con una pendenza considerevole, costellato di quei sassoni tipici da fiume, e siamo costretti, per la 23952394 volta, a smontare e spingere. In quel momento ci passa davanti un ombra veloce, che decidiamo essere un cinghiale. Due minuti dopo la salita inizia a farsi impegnativa e io, come spesso succede quanto supero una certa soglia di frequenza cardiaca, caccio senza pensarci troppo un rutto fotonico. Richard urla di terrore, salta in aria tipo cartone animato, mi spavento anche io. E niente alla fine salta fuori che non era un cinghiale, bensì il mio rutto bitonale. “Ma almeno avvisami cazzo!” commenta Richard mentre si riprende dall’arresto cardiaco. Ma c’è davvero gente che avvisa prima di ruttare?

Arriviamo a Monteriggioni, mangiamo un pezzo di pane e formaggio acquistato subito dopo Firenze mentre Trailisti più anziani e più organizzati di noi escono da bellissime osterie tipiche e, puliti e rinfrescati, si dirigono verso le loro comode camere d’albergo. Noi piantiamo la tenda in un angolo nascosto dietro al parcheggio del cimitero, perché ci sembrava un posto carino dove passare la notte. Tempo 15 minuti dopo essere entrati nei sacchi a pelo ed ecco che arriva una macchina di locals ubriachi che non poteva lasciarsi scappare l’occasione, essendo sabato sera, di farsi 45 minuti di sgommate nel parcheggio di ghiaia del cimitero. Noi ne siamo molto felici e apprezziamo il loro entusiasmo nei confronti delle piccole cose che la vita può regalarti.

La mattina dopo ci svegliamo, sempre umidicci, e proseguiamo non senza complicazioni fino a Siena

Dove ne approfittiamo per fare un riposino

#tuscanytrail #tigers

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Smette di piovere. Ricomincia. Smette. Rimaniamo però ottimisti.

Quando viene il sole ci fermiamo per fare delle foto, e anche perché ormai ci siamo talmente abituati alla pioggia che pedalare col sole fa strano.

Questa è la tappa più lunga. Arriviamo a San Quirico d’Orcia che è già buio, e un po’ per la stanchezza fisica e la mancanza di sonno, un po’ perché tutti i nostri indumenti sono bagnati e coperti di fango, un po’ perché siamo scrs, decidiamo di fare i signori e troviamo dopo qualche sforzo un bed&breakfast, che condividiamo con Carmine, che aveva intenzione di dormire in tenda ma dopo la terza birra non ne era più tanto sicuro. Entriamo nella stanza, ci premuriamo di coprire di fango ogni singolo metro quadrato dell’abitazione e ci buttiamo con grande gioia in un letto vero. La mattina ci svegliamo con grandissima calma e dopo aver saccheggiato e depredato il frigo che conteneva probabilmente le colazioni per i prossimi due mesi, impacchettiamo i nostri sporchi e (ora leggermente meno) umidi averi. Usciti fuori dal portone, un umarell mi vede armeggiare con la mia bicicletta glassata di fango, nel vano tentativo di regolare non so neanche bene io cosa, e ci offre il suo garage: attrezzi, cavalletti, spinelli (dell’acqua), lubrificanti (per catena), compressore… Praticamente un miraggio. Noi, che quando ci dai un dito ci prendiamo il braccio, la gamba e pure la nonna, ci stabiliamo nel suo garage fino a che sostanzialmente non è chiaro che abbiamo rotto le scatole. Ora, con le bici pulite, lubrificate, registrate e fiammanti potremmo andare lontanissimo, n’evvero!? N’evvero. Nel single track che conduce a un ennesimo guado taglio il copertone posteriore in un modo che difficilmente mi permetterebbe di proseguire a lungo su sentieri sconnessi… Lo ripariamo tagliando una parte dello stendardino del Tuscany Trail che era attaccato alle nostre bici, che era l’unica cosa telata in nostro possesso.

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“Guada come dondolo, guada come dondolo, con il twist”

Questo trucchetto qua, più il sabotaggio del frigo in mattinata e l’okkupazione del garage del vez, fa in modo che ormai sia già domenica pomeriggio. Siamo dispersi da qualche parte prima di Castiglione d’Orcia, e un copertone di certo non lo troviamo. Dopo un lungo dibattito, crisi, pianti e gravidanze isteriche ci rendiamo conto dell’impossibilità di arrivare sani e salvi a Capalbio (l’arrivo) entro lunedì a mezzogiorno (la nostra deadline), e imbocchiamo mestamente la strada asfaltata per prendere il treno di ritorno verso il fallimento a Buonconvento.

#sqdrscrs torna a casa a causa di un copertone squarciato che ha causato lo sforamento dei tempi massimi (massimi nel senso di “tempi utili per tornare a Massa”). 390km e 8000mt di dislivello dopo lo abbiamo riparato alla buona con un pezzetto dello stendardino del Tuscany trail, abbiamo fatto dietro front per andare a prendere il treno. Tra solo 12842872 ore e 4624854 cambi saremo di ritorno a casa. Dopo tanta acqua, tanto disagio, scarsa igiene e tanto divertimento salutiamo il #tuscanytrail2016 con un po’ di amaro in bocca. Torneremo il prossimo anno, magari con un copertone di riserva nella borsa. Ciao, bau, miao, porcodao. Stay Scrs #sqdrscrs #tuscanytrail2016 #tuscanyfail2016 #nonlavorare #oakley #missgrapepeople #missgrape #liveyours #tidevepropriopiacerequellosport #fixedforum

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Non prima però di un paio di Morettone da 66.

La nostra avventura finisce qui, con 407km nelle gambe, 8500mt di dislivello e ancora tanta strada da fare. Sarà per il prossimo anno! Qui la traccia di Strava per i più curiosi. Portiamo comunque a casa un’esperienza fantastica, paesaggi meravigliosi (quando non c’era la nebbia… per quanto riguarda gli altri li ho cercati su Google immagini e mi sembrano effettivamente abbastanza meravigliosi quindi mi fido). Ma soprattutto abbiamo scoperto un mondo e una comunità di gente appassionata, affiatata, sorridente, amichevole e solidale, e non vediamo l’ora di partecipare al prossimo Tuscany Trail! Nel frattempo, metà di noi (io), sarà presente al Veneto Trail, sempre scrs e probabilmente sempre con la nuvoletta di sfiga autoindotta appresso.

Ne approfittiamo per ringraziare coloro che ci hanno fornito il loro amichevolissimo supporto: Oakley, Miss Grape, Cadence e Deus Cycleworks.

Un ringraziamento speciale va anche ai Tigers: Cento, Mauro, Fede, Luca, Nicola e Mike con i quali abbiamo condiviso vari tratti del percorso e che hanno fornito il necessario supporto umano.

Mo’ beccatevi una gallery con gli scatti del mitico Luca Wittman e qualche scatto nostro, che però eravamo troppo impegnati a soffrire e a frollare le nostre carni nei vestiti fradici.

Al prossimo trail!

STAY SCRS

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